L’eredità immateriale che Expo 2015 lascerà sul campo è la «Carta di Milano». Il più grande evento al mondo sui temi dell’alimentazione e nutrizione ha prodotto un documento che verrà consegnato a metà ottobre a Ban Ki-moon, segretario delle Nazioni Unite. Il testo, che tutti possono sottoscrivere, è frutto di un’intensa elaborazione collettiva (42 tavoli di discussione prevalentemente su temi scientifici, coordinati dal filosofo Salvatore Veca) tesa a salvaguardare e affermare ciò che oggi sembra irraggiungibile: il diritto al cibo per tutti. La «Carta» reclama la responsabilità diretta delle presenti generazioni nelle loro scelte quotidiane che possano garantire la tutela del diritto al cibo anche per chi verrà dopo di noi.

Quella dell’equo accesso al cibo e all’acqua per tutti è questione politica immensa e complessa. La vastità del problema spinge alla rassegnazione. Ma il pregio di questo documento è di tentare di contrastare, con argomenti forti, quel sentimento d’impotenza che ti fa credere come, di fatto, sia impossibile collegare la sostenibilità ambientale e l’equità distributiva (il 30 % del cibo prodotto viene sprecato) . La «Carta» invita a unire le forze, nazionali e internazionali, per affrontare la difficile sfida del diritto al cibo. Che per noi occidentali è specchio del nostro vivere; per altri 800 milioni di persone è specchio del loro morire. Il maledetto equilibrio tra due miliardi di persone malnutrite e due miliardi di sovralimentati condanna 160 milioni di bambini alla malnutrizione e alla crescita ritardata.

La «Carta di Milano» non è un documento religioso.Non c’è nessun accenno alle fedi viventi o all’impegno dei cristiani nelle loro battaglie per il cibo e l’acqua per tutti. Nella vasta consultazione che condusse successivamente alla stesura del documento si discusse dei modelli economici e produttivi capaci di garantire uno sviluppo sostenibile. Si ragionò sui diversi tipi di agricoltura che nei loro cicli produttivi non distruggano la biodiversità e via dicendo. Insomma La «Carta» è un documento laico proprio nel senso che in Italia diamo (purtroppo) a questo termine. I laici sarebbero i non credenti, quelli che quando scrivono e parlano lasciano cadere ogni riferimento religioso perché è questione di esclusivo appannaggio delle organizzazioni religiose. In realtà la «Carta» dice le cose che da anni noi scriviamo e crediamo. Penso qui all’assemblea del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) di Vancouver, nel 1983, quando fu (profeticamente) avviato il processo conciliare di «Pace, giustizia e salvaguardia del creato». Temi che rimbalzeranno con forza nelle successive assemblee ecumeniche europee di Basilea (1989), Graz (1997), Sibiu (2007). Ma penso anche alla «Charta Oecumenica» (Strasburgo 2001) che, curiosamente, presenta un impianto simile alla «Carta di Milano» nel precisare ciò in cui «crediamo» per poi giungere al «noi ci impegniamo». L’invito all’impegno non è rivolto solo ai singoli ma alla società civile, alle imprese, alle realtà istituzionali. Un fronte comune contro la denutrizione, lo spreco, garantendo la gestione sostenibile dei processi produttivi.

In questa linea ecumenica ben s’inserisce anche la recente lettera enciclica di papa Francesco «Laudato si’ » che riprende e rilancia alla grande il processo conciliare degli anni 80 nato in seno al Cec. Roma fa più audience di Ginevra; ma l’importante è che il messaggio arrivi a ogni latitudine. A Milano, il 1° settembre, i rappresentanti del Forum delle religioni e lo stesso Consiglio delle chiese cristiane hanno pubblicamente sottoscritto la «Carta di Milano» con una cerimonia che prevedeva anche la benedizione del cibo. Intorno a quel cibo portato sui tavoli da giovani di paesi diversi e lontani, i rappresentanti delle principali religioni hanno testimoniato della solidarietà, della condivisione che nasce intorno al cibo così ben descritta, con accenti diversi, nei sacri testi. Alla fine della cerimonia, mi sono accorto che avevamo detto tutti, più o meno, le stesse cose. Sono rimasto impressionato dalla potenza del cibo materiale e spirituale anche sul terreno interreligioso. La sfida che abbiamo sottoscritto in questo mondo in costante crescita è quella di nutrirlo senza danneggiare l’ambiente e tutelando le risorse per le generazioni future. Contribuendo, anche come religioni, a costruire l’unità dell’umanità intorno alle drammatiche questioni di vita o di morte che ci stanno di fronte.

Da Riforma.it Articolo di Giuseppe Platone